martedì 23 marzo 2010
Arieggiare il locale prima di soggiornarvi
martedì 3 febbraio 2009
Studio Illegale
I lettori del suo blog, Studio Illegale, ormai non si contano più. Ma a a confermare che molto spesso la realtà supera la fantasia, anche nel mondo degli avvocati, ora c'è pure il libro. In vendita dal 4 febbraio.venerdì 21 novembre 2008
Beh, però si potrebbe ...

mercoledì 5 novembre 2008
Due giorni di ordinaria follia/1
Dovevo solo presentarmi all’Ergife Palace hotel, venerdì 31, alle nove del mattino. Sembrava quasi semplice. Ma, come disse qualcuno, l’imponderabile è sempre in agguato.
Cronaca di due giorni vissuti in un’altra dimensione.
GIOVEDI’ 30
Arrivo all’aeroporto di Roma Ciampino, ore 8.50 del mattino. In perfetto orario, pure in anticipo di 5 minuti. Davanti a me, una giornata di attesa. I miei target: mantenere energie e tranquillità. Leggere bene e con calma i giornali. Portare il pc alla sede dell’Ordine (che non è la sede dell’esame), per l’ultimo controllo di alimentatore e compatibilità del sistema operativo che sarà fornito il giorno della prova con il computer che userò.
Nell’attesa, raggiungo il mio amico Charles. Anche lui esaminando. Sta a casa di suo cuggggino, zona viale Libia. Uguale: zona nord-est di Roma. Io sto a Ciampino. Uguale: zona sud-est di Roma.
E così: vai di navetta, fino al capolinea della metro rossa. Poi, Anagnina-Termini, solo andata. Riemergo per prendere un bus. E mi trovo nella corrente informe del corteo dello sciopero generale. “Dalle Alpi agli Appennini tutti contro la Gelmini”, leggo su uno striscione. Mentre il bus, dopo pochi metri, si impianta di fronte a un semaforo che continua nel suo ciclo di verde-giallo-rosso. Ma noi rimaniamo lì. Fermi. Dovremmo girare a sinistra, ma c’è il corteo di mezzo. Due vigili urbani osservano paciosi la scena, senza interrompere il flusso di baldi giovani fischiettanti e urlanti. Basterebbe un minuto. Il tempo di fare una curva, e il bus si toglierebbe dalle scatole. Invece rimane lì, isola nella corrente. Sfila un’immagine di Santa Mariastella, con tanto di aureola in testa. “Beata ignoranza”, recita la didascalia. Fa caldo. Dalle sfese dei finestrini gli studenti di biotecnologie infilano nel bus volantini che schematizzano i tagli alla ricerca. La Gelmini ha colpito solo le scuole, con la legge appena approvata. Ma non ha mica tempo da perdere. Il capitolo università è già pronto per essere affrontato: tre quarti del lavoro, in fondo, li ha già fatti il collega Giulio con la finanziaria approvata in estate, nel silenzio vacanziero di tutti gli italiani. “L’Italia è un Paese bagnato da tre mari e prosciugato da Tremonti”, d’altra parte.
Finalmente il bus riprende la corsa. Raggiungo la maison di Charles. Si legge, si chiacchiera, si fa il punto. Si consulta il sito dell’Atac per raggiungere il Lungotevere de’ Cenci, sede del nostro beneamato Ordine. Con tutta l’ingenuità del mondo, usciamo. Altro bus, direzione Barberini. Dovremmo cambiare e prendere un altro mezzo. Sono le 14 e trenta. E tutto è ovviamente bloccato dai primi manifestanti che stanno rifluendo verso casa. Il mezzanino è aperto, ma inagibile. Troppa calca. Le due stazioni successive, Spagna e Repubblica, sono ancora chiuse dalle 10 del mattino. Tornare indietro, impensabile. Bisognerebbe rifare via Veneto al contrario. E cioè in salita, con un computer portatile a testa. E il mio trolley al piombo al seguito. One way, pedibus calcantis: si va verso l’Ordine a piedi. Con rotelle al seguito. Contromano rispetto al corteo che sta sgombrando piazza del Popolo. La valigia salta sui sampietrini. La cinghia del portatile mi sega muscoli e nervi della spalla. Dobbiamo ancora pranzare. Ma non è consentito ripensarci. Avanti Savoia, fino alla morte.
Piazza di Spagna è inondata di gente. Il resto è fatica: suole delle scarpe consumate. Sole in faccia. Caldo. Sudore. Puzza. Finché il Lungotevere si materializza di fronte a noi. Civico numero 8. “L’Ordine sarà aperto dalle 15 alle 18 per le verifiche di compatibilità”. Amen. La targa all’entrata dice: “Ordine dei giornalisti, primo piano”. Davanti a noi, due ascensori. Prendiamo il primo. Ci scaraventa al terzo. “Ma come?”, chiediamo sfiniti alla signora che si para davanti ai nostri occhi. “No, è che questo ascensore non ferma al primo piano. Dovete fare il giro”. “Grazie”. Percorriamo un corridoio lungo, scialbo. Illuminato al neon. Le rotelle del trolley riecheggiano il rumore del triciclo del bimbo di Shining mentre perlustra da solo l’Overlook hotel. Le targhe delle porte dicono: Comune di Roma, ufficio patrimonio e immobili. L’ascensore ci risputa al pianterreno. Ritorniamo all’entrata giusta. Facciamo le scale a piedi. “No, guardate, si sbagliano tutti: è che il piano dell’Ordine non è servito dall’ascensore”. Mannaggia la pupazza (tanto per non essere volgari). La saletta adibita a controllo sta sviluppando un pericoloso effetto stalla. Il soffitto è basso. Gli alimentatori dei pc riscaldano ancora di più l’aria. Fortuna che c’è poca coda. Charles ha il portatile difettato. Gli assicurano che gliene forniranno un altro. Domani.
Riassumendo:
tempo totale di controllo: cinque minuti. Tempo per raggiungere l’Ordine: due ore. Sono le 16,30.
È ora di raggiungere l’hotel. Onesti come siamo, cerchiamo un biglietto per prendere il bus. L’edicola all’angolo non ne ha. Il tabacchino dietro l’angolo li ha appena finiti. Non ci sono altri rivenditori. Stiamo per tornare alla fermata: ognuno per la sua strada e ci vediamo domani. E invece no. Perché “goccia dopo goccia, a piover cominciò”. Ci mancava, in effetti, una spruzzatina d’acqua a rinfrescare la giornata e a insinuarsi nelle nostre ossa. Venti minuti. Giusto il tempo di infrascicarsi ben bene. L’ombrello non conta, tanto piove di traverso, con il vento che c’è.
Quando salgo sul bus, il sole sta già tramontando. Ho salutato Charles al volo. “Ci vediamo domani, caro. E riguardati, mi raccomando”.
Bus, metro, bus. Un’altra ora di viaggio. E arrivo al mio hotel, vicino all’Ergife. Chiamo la mia collega, appena arrivata nello stesso albergo. “Sì, vediamoci dopo per ripassare, che ora mi sto un attimo riprendendo dal vomitino che mi è venuto in treno”, mi fa. Benon.
Inizio a sospettare che ci sia qualche maledizione strana nell’aria. E penso: meglio che succedano tutte le cose fantozziane e più strane oggi, così domani andrà tutto bene.
È stato l’ultimo pensiero pseudo-razionale, prima di addormentarmi ripetendo come un mantra lo slogan di Obama: “Yes we can”.
E il venerdì mattina, giorno della prova scritta, un sole scintillante inondava di azzurro il cielo di Roma, riflettendosi nelle pozzanghere del giorno prima. L’aria era fresca, ma non fredda. Il vociare finto-rilassato dei candidati in coda all’entrata della sala Esperanza non faceva che presagire una noiosa e seccante sessione d’esame, da terminare nel più breve tempo possibile.
E invece …
lunedì 8 settembre 2008
Requiem per un mocassino
Qualcuno dirà che è solo sfiga.
Qualcuno griderà che "non è un paese per gente onesta".
Fatto sta che Mister I., martedì scorso, ha lasciato Roma per la "sua" Milano. Lui è calabrese di nascita ma la Madunina gli ha stregato il cuore e ora non vuole più lasciarla. Dunque era più che contento di lasciare la Terronia incasinata della Capitale per tornare alla "Civiltà". E' partito con due borsoni più alti, larghi, grossi e pesanti di lui. Più il computer. Più lo zainetto da studente. L'emblema dell'essenzialità, insomma. Ad aiutarlo, il Signor M., facchino-per-una-mattina, che ha alterato i suoi bioritmi per accompagnarlo in stazione.
Sul treno, però, Mister I. ha trovato qualcuno di molto poco civile. Che deve aver approfittato di una delle soste dell'Eurostar a Firenze o forse a Bologna, dove il treno si ferma almeno dieci minuti. Con l'estro del mago Oudini e la forza di uno scaricatore di porto di lungo corso, ha "prelevato" uno dei mega-borsoni del milanese d'adozione.
Brutta storia, brutta storia. Soprattutto perchè dentro, oltre ai cd, ai dvd e ai ilbri, c'erano LE scarpe. Ovvero i mocassini. Che non sono scamosciati, ma di pelle e basta. Chissà se il ladro conoscerà la differenza. Chissà se apprezzerà anche la fattura "di quelle scarpe verdi fatte a mano che ce le avevo solo io".
A Mister I, dopo aver sporto la denuncia, non è rimasto che commentare: "Spero almeno che svengano per la puzza dei vestiti sporchi che c'avevo messo dentro".
Poi, per risollevare il suo animo e riportare il guardaroba a dimensioni decenti, si è dato allo shopping compulsivo nel quadrilatero della moda. Noblesse oblige.
mercoledì 23 luglio 2008
Strascichi
"
Dai brogliacci emergono altre frasi interessanti da dare in pasto ai media
"Se per te essere comunista è mettersi un paio di mocassini di pelle allora si capisce dove è fallita la rivoluzione"
E anche: "I tuoi racconti sulla formazione dei bambini di Trebisacce non fanno che accrescere l'annosa questione meridionale"
E ancora: "Quelle scarpe lì le mettete solo tu e Tullio De Piscopo"
E ancora: "Se quella è erudizione viva l'ignoranza ..."
E'stato poi rimosso dalle trascrizioni il momento in cui caschetto biondo si ritira in camera, prende il libro di quell'ebreuzzo yankee e accende a palla Nino D'Angelo: "Maledetto O'treno che t'ha portato via"
"
Ribatte mister I, sempre per posta elettronica:
"
Interrompo la trasmissione scendendo dalla mia torre di avorio
per una questione che ha del personale...
Primo: i vecchi comunisti si vestivano e si vestono con classe (quindi è sbagliato dire e io non ho detto: "era comunista ma...", perché non c'è contrasto tra le due cose...)
Secondo: William Gass non è uno scrittore ebreo-americano, ma americano al cento per cento...quello cui si riferisce la signorina della rozza Padania era Malamud..
Terzo: la ragazza padana di cui sopra (ribattezzata Flemmy Sbuffina dopo un fugace passaggio a M.) si vede che non ha un cazzo da fare in quella redazionaccia che è la cronaca del tg...
"
Chiude il signor M:
"
Una precisazione: continuo a non vedere il nesso tra "il vestire con eleganza" e i mocassini di tullio De Piscopo". Nè quello tra il "comunismo e i mocassini". Ma forse perché non ho mai letto William Gass (discendente di italiani emigrati, il cui vero nome è in realtà Giacomo Scorregia)
Alla primula padana dico; "non afflosciare la tua soave penna al cospetto di cotanta terrona superbia. Quanto al non avere un cazzo da fare, quello è come dire, didascalico."
ps (mio): poi non si dica che non ho rispetto filologico per le dichiarazioni, anche quando vanno a mio discapito!
giovedì 17 luglio 2008
I dilemmi esistenziali dei miei due coinquilini
Prologo: mister I, ai saldi, ha comprato un paio di mocassini in pelle - che fanno molto dandy trentenne in carriera anche se lui ne ha solo 24 - un paio di nike bianche con striscia argentata (molto tamarra) sul tallone e, infine, un paio di scarpe che hanno un che di normale (per fortuna).
La scena: Interno, sera. Tra la camera da letto, il corridoio e la cucina. Luci e tv accese, finestre aperte sul caldo romano, nel parcheggio di fronte il solito traffico notturno di auto e trans. Ma ai due eroi protagonisti nn gliene frega nulla. Il punto è ben altro. E' la conoscenza intima della realtà del mondo. Che si traduce in una domanda pressante e ineludibile:
"Dove pensi di andare se non sai la differenza tra pelle e camoscio?", stride mister I. con tono di sufficienza ma pure abbastanza inquisitore, dopo un reiterato errore di definizione da parte del signor M.
"Non è un problema mio. Vivo bene lo stesso", ribatte il signor M., fiero della propria ignoranza.
"Ma tu non puoi non conoscere la differenza!!!! A Trebisacce (il suo luogo natìo in Calabria, ndr), a tutti i bambini, dagli uno ai cinque anni no, ma dai cinque ai dieci sì, si insegna a distinguere i due materiali. Mio nonno era comunista ma sapeva vestirsi bene, con classe".
"Ma che educazione danno ai bambini in quel borgo sperduto? E cosa c'entra il comunismo? Comunque è una cosa che non mi interessa e quindi non ritengo necessario imparare la differenza", replica il signor M, placido.
"Ma come?!?!" - lo interrompe furente mister I. - "E' come non sapere la differenza tra un merlot e .."
"Calma, calma ... il vino mi interessa molto. Per cui so distinguerle i vari tipi"
"Ma non puoi non conoscere l'abisso che passa tra un mocassino in pelle e uno scamosciato! Anche se non ti interessa. E' una questione di cultura. E' l'essenza stessa della letteratura. Nelle piccole cose si riflettono le grandi questioni culturali. Come farai a farlo sentire a un tuo lettore se non sei in grado di capire la differenza tra scarpa in pelle e scarpa scamosciata?"
La conversazione si fa sempre più scottante ...
"Fa come credi. Per me è solo una mera distinzione tra forma e sostanza. La tua è solo una superficiale questione formale ... se ne avrò bisogno, imparerò la differenza. Non basterebbe una vita per imparare tutte le cose che vorrei, quindi devo selezionare per forza", afferma il signor M, fiero di sapere di non sapere.
Il dialogo prosegue per una buona mezz'ora, spezzettato in vari round interrotti da pause di silenzio in cui i due contendenti riorganizzano le idee e cercano nuove argomentazioni.
Alla fine mister I., forte della propria superiorità culturale in materia di calzature, decide che non vale la pena spendere ulteriore fiato ed energie per alfabetizzare questo, a suo dire, energumeno ignorante che condivide la stanza con lui. E si ritira, stizzito, nella suo giaciglio-torre d'avorio, per continuare la lettura di un romanzo di "uno dei tre più grandi autori ebrei della letteratura americana". L'opera di evangelizzazione può attendere.
Il signor M.,invece, finalmente lasciato in pace, può sgrufolare a piacimento, in cucina, nella terrina salutista di rucola-pomodoro-mais che aveva poc'anzi preparato.
giovedì 6 marzo 2008
Briciole
Per la cronaca, "frègoe" = fregole = briciole, in veneto.
Devo ancora sistemarlo un po'. Ma intanto c'è.
Gnauz.
venerdì 15 febbraio 2008
Gira bene
Ci sono film che vale la pena vedere, anche se stanno in un cinema piccolino, non "illuminato" dai fasti del centro cittadino. E' il caso dell'opera prima di Giorgio Diretti. Una piccola storia, una bella storia. Giunta al nono mese di programmazione, almeno a Milano. Non male, per il primo lungometraggio in/sulla lingua occitana.
Ve lo consiglio.
domenica 3 febbraio 2008
Into the wild ... Avanti, c'è posto!
Buona strada.
sabato 24 novembre 2007
Dite voi a che santo votarsi. Possibilmente non al patrono della Svizzera
In effetti, a ripensarci, è stata proprio colpa degli spiriti maligni se:
- le prime cinque obliteratrici in cui ho cercato di annullare il biglietto, attraversando la pomposa, magnifica ed estesa Stazione Centrale ambrosiana, in una corsa affannosa per non saltare sul magico convoglio, erano guaste. (Amen. Non facciamoci prendere dal panico)
- il prodigioso treno, tariffa Intercity, è partito con 40 minuti di ritardo per guasto al locomotore. (Ri-Amen. Manteniamo i nervi saldi. Rilassiamoci. In fondo è venerdì)
- L’amico treno – che produce il 90% in meno di CO2 rispetto ad auto e aerei, secondo la pubblicità - ha subito rallentamenti durante tutto il viaggio. (Insh’allah)
- è arrivato a Mestre alle 20,25 con 70 minuti di ritardo. (Ma figurarsi se è un problema: mica ci scomponiamo per così poco noi, fruitori habitués dei chemins de fer. Oh mon Dieu!)
- Risultato: ho perso una casuale coincidenza per Tv alle 20,30 perché mi mancava il biglietto regionale. E ho aspettato 40 minuti quella successiva. Tempo totale di viaggio previsto: 3,30 h. Tempo effettivo: Cinque ore
- Oltre il danno, la beffa: non mi hanno dato nessun rimborso. In fondo avevo viaggiato con un Cisalpino. E cioè con una compagnia svizzera: Trenitalia non c’entra niente.(Caspita! Fanno pure la spia e lo scaricabarile, come Pilato)
Intanto a me, più che un normale viaggio da pendolare, sembra di aver fatto un pellegrinaggio a Santiago. Dalla prossima volta se mi propongono un treno Cisalpino gli rispondo come la pubblicità: “Sfizero? – No, Novi! Grazie!”. Il che è tutto dire, viste le condizioni di Trenitalia e delle Rfi…
venerdì 26 ottobre 2007
w le pantegane! e la Ratatouille!
giovedì 20 settembre 2007
Nuovi amori?
mercoledì 8 agosto 2007
Undicesimo punto della legge: lo scout non è uno stupido (ma a volte si fa sgamare)
Metti di non essere più il loro capo diretto, ma che ti conoscano abbastanza per "poter capire certe cose" e ascoltare "certi" racconti ...
Considera che, prima ancora di preoccuparsi se si ha o no il sacco a pelo e la tenda, gli scout che si preparano al campo estivo hanno uno scopo supremo, che, se raggiunto, genera un piacere immenso: fargliela ai capi. Che però non sono nati ieri. Ergo, i giovini figliuoli devono aguzzare l'ingegno.
E la sq. Castori, per una volta, si è presa per tempo. In sede, moooolto prima della partenza, aveva preparato un doppio fondo nella cassa di legno di squadriglia. Robe che 007 è una mezza sega in confronto. Sotto pentole pulite, ma che nel giro di un giorno sarebbero diventate unte e nere di fuliggine, hanno piazzato un piano di compensato perfettamente livellato e cesellato, pronto a nascondere una scorta di caramelle e ammenicoli commestibili vari, sufficienti a sopravvivere alla prossima era glaciale, nonstante il menu "salutista" della cambusa (che comunque comprende botte caloriche non indifferenti)...
Poi, è successo l'imprevisto. La variabile non controllabile. Cioè i rover (= aiuti capo, più o meno, per chi non mastica lo scautese, ndr). Se ne sono accorti, anche loro prima della partenza. Ma sono stati zitti, pregustando il momento del trionfo. Che si è materializzato nell'ispezione tradizionale del primo giorno di campo.
Come sempre, prima della mazziata, è stata offerta l'ultima chance di fuga: una tinozza da bucato posta al centro del cerchio formato dalle cinque squadriglie appena arrivate al campo. "Avete dieci minuti per riempirla di tutto ciò che sapete di avere e che non è consono allo stile di un campo", ha detto un capo con fare più o meno solenne.
Silenzio.
Qualcuno ha lanciato una manciata di caramelle e cagatine varie. E sono saltate fuori pure due confezioni di pistacchi (nessun commento sui gusti segreti degli adolescenti di oggi, please!).
Troppo poco. I rover sono entrati in azione. I poveri Castori sono stati messi a nudo. Inesorabilmente. Con la vasca che si è improvvisamente riempita di contenuti "illegali" :-@
A cui si sono poi aggiunte caramelle nascoste in una borraccia, nei calzini, nella biancheria pulita. E poi cellulari mimetizzati nelle mutande, cellulari-schermo consegnati senza Sim, e via dicendo ...
venerdì 3 agosto 2007
Senza parole
Augh.
martedì 31 luglio 2007
Genty e le trevigiane
titolo "Treviso, città di adultere"
sottotitolo: Gentilini a ruota libera
dal pezzo: Le donne trevigiane: belle da vedere ma irrimediabilmente infedeli. Lo pensa il prosindaco della città, Giancarlo Gentilini (...)
Belle da vedere: "Scoprano, scoprano il loro ben di Dio e anche gli altarini", esorta. Salvo aggiungere che "per fortuna da noi non sono in vigore le leggi islamiche perchè se dovessimo lapidare tutte le adultere, a Treviso non basterebbero le pietre delle Dolomiti" (...)
martedì 24 luglio 2007
mercoledì 11 luglio 2007
London, I have a problem!
Lei, imperturbabile, paziente e costante nella sua gentilezza, mi ha risposto "You're welcome! Have a nice day!".
...e tutti (io soprattutto) vissero felici e contenti!
AGGIORNAMENTO DEL 13 LUGLIO:
stamattina ho raccontato al tecnico di Milano che avevo chiamato l'helpdesk di Londra. Risposta: - "Sì, in effetti noi diciamo 'Londra' per comodità, ma ormai è un po' che si sono trasferiti"
- "Ah sì, e dove?", faccio io.
- "A Bangalore".
- ":-@ ... excuse me, where is Bangalore???".
- "In India. Ormai sono lì gli helpdesk per le redazioni Reuters di tutto il mondo".
- "..... AH!".
mercoledì 9 maggio 2007
Rosso Pechino
Treviso ha dato dieci giorni di tempo ai ristoranti cinesi per togliere dai loro ingressi le lanterne rosse (…) E il prosindaco Genitlini: “Treviso è una città veneta e padana, non orientale” (…)
Il pezzo prosegue all’interno. Pagina trentacinque. Decanta l’ordine e la pulizia della città, ottenuta con un rigore che sa di imposizione militaresca per correggere i comportamenti dei cittadini. Risultato: Treviso brilla, le altre città, a iniziare da Padova, ma sono citate anche Firenze e Roma, sono sporche e puzzano. Però, c’è un però, per Camon:
il punto debole di questo sistema è
Ora, vabbè che Genty è un tipo sui generis, ce lo teniamo e a volte fa pure tenerezza.
E io devo ancora verificare questa cosa delle lanterne rosse. Ma leggendo il finale mi sorge uno spontaneo: “Eh?!” … di cui lo smile corrispondente è :-@
Ai blogger l’ardua sentenza …
Augh.
Aggiornamento dell'11 maggio: ho trovato questo articolo del Gazzettino (7 maggio) e questo articolo della Tribuna (8 maggio) in rete ... sembrerebbe vero, con le dovute precisazioni "amministrative" ... vediamo come andrà a finire ...