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venerdì 21 novembre 2008

Beh, però si potrebbe ...

Anf anf, pant pant: uno quando cammina si gode il paesaggio. I rumori del bosco. Il profumo della natura. Va bene scattare qualche foto quando ci si ferma, ma di solito il commento si limita a "Che posto stupendo" o "Che montagna meravigliosa". Specie se si sta camminando sopra Cortina d'Ampezzo, le Dolomiti intorno, un po' di neve scrocchiante sotto i piedi.E invece, domenica scorsa, l'amico S., che una ne pensa a cento ne fa, inquadra nell'obiettivo della Reflex la parete striata e mozzafiato di un monte del parco di Fanes.
ed esclama: "Ecco, quello che manca, ora, è una macchina fotografica con il Gps incorporato, che mentre inquadri il tuo soggetto ti dice cosa stai fotografando. E magari dopo salva anche coordinate e tag. Così quando uno cataloga poi le foto riesce a ricordarsi dove è stato".
Beata tecnologia. "Ma probabilmente l'hanno già inventata. Me l'aspetto sul mercato da un momento all'altro". 

E mentre lui ha il cervello rivolto all'immediato futuro, io ce l'ho catapultato nel recente passato, a quegli  'striaci che proprio in quella valle che va su verso la Ra Stua e poi via ancora verso il rifugio Senes e il Fodara Vedla, hanno scavato, pattugliato ... e preso a mitragliate un sacco di italiani. Oltre a morire per il freddo bestiale e le valanghe dell'inverno '16-'17. A loro il Gps gli avrebbe fatto il solletico.

sabato 21 giugno 2008

Ciao Sergente

Come con Gigi, lascio la parola a chi l'ha conosciuto meglio di me ...

16 giugno 2008

Lasciate che non dica niente del Sergente, della neve, della guerra in Russia.
Lasciate che io non parli, non scriva della sua morte, perché non avete bisogno di parole aggiunte, di note, di immagini.
Lasciate in pace la sua tomba senza portare fiori.
Lasciate i quotidiani fare il loro giusto e non facile mestiere di testimoniare la perdita.
Leggete non oggi ma tra un mese, tra un anno e ogni tanto ancora quello che magari avete già letto dei suoi libri preziosi.
Leggete ad alta voce "Arboreto salvatico" a dei bambini, poche righe alla volta.
Viaggiate una volta nella vita attraverso la Russia contadina e slava che tanto assomiglia a come eravamo prima.
Camminate in silenzio nei cimiteri di guerra tra le montagne dal Carso al Pasubio all'Adamello.
Ricordate che dietro ad ogni grande scrittore non sempre c'è un uomo all'altezza. Rigoni è un'eccezione e questo ci rincuora, in lui era impossibile separare uno dall'altro.
Se possiamo imparare qualcosa da tutto questo, facciamolo durare.

Marco Paolini

lunedì 28 aprile 2008

Viaggiare, partire

"Viaggiare partire viaggiare viaggiare partire
viaggiare partire viaggiare partire
partire viaggiare viaggiare partire
partire viaggiare non fermarsi mai
chilometri che sotto il culo passano e allontanano i guai
viaggiare, vedere tutti gli angoli della terra
rincorrere le estati
farsi rincorrere dalla guerra che hai nel cuore
correre più veloce del dolore
come un jet supersonico precedere il tuo stesso rumore
e fare in modo che non ti raggiunga mai
viaggiare al volante di una macchina scassata
che per ogni chilometro in più è un gloria al padre
e fare una telefonata a tua madre, dire è tutto a posto
ritorno per Natale ad ogni costo
partire viaggiare agosto dopo agosto...
allontanare ancora un po' le responsabilità
come in una crepa in una barca che prima o poi ti allagherà
e sarà forse troppo tardi per rimediare
partire viaggiare non dimenticare
fotografare il mondo in movimento
cercare il senso della vita in un momento
che si ripeterà ma chissà dove chissà quando
partire e vivere cercando e ballando
su ritmiche diverse su diversi accenti
ballare sopra i fusi orari e sopra i mutamenti di clima
scalare la cima e poi scendere a valle
una dieci cento mille miglia
coi piedi per bagaglio e il mondo per famiglia
mangiare le cucine dei paesi più lontani
con le forchette con i bastoncini con le mani
i paesi più lontani, ma lontani da che lontani da cosa lontano da dove
con le radici nel tuo cuore e i rami nell'altrove
partire col sole sempre in faccia ad ogni costo
agosto dopo agosto...
Viaggiare sentirsi Marco Polo sentirsi molto solo
qualche volta sopra un treno
dentro uno scompartimento pieno di facce che non sai che non saprai
confini di solitudini che non cadranno mai, che tu non rivedrai mai
scambiare quattro chiacchiere in lingue che non sai
comunicare con un semplice sorriso o con un gesto solo
scoprirsi Marco Polo e non sentirsi solo tra gli umani
stringere milioni di mani in ogni posto
agosto dopo agosto...
Viaggiare attraverso il suono, buono, il basso che è un tuono
viaggiare attraverso la musica, attraverso la cultura
la scoperta della natura e di sé, viaggiare nei perché
viaggiare in internet o sopra un jet o in bicicletta o a piedi
modificare i credi scambiarsi le fedi
e muoversi rimanendo fermi sul posto
agosto dopo agosto... "

da Lorenzo 1990-1995

venerdì 18 aprile 2008

Onore al merito

Il primo premio del Concorso Memorie Migranti di Gualdo Tadino è stato vinto quest'anno da
MARCO GRASSO
praticante al Master di Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano
e il regista montatore Alberto Cozzutto

con il video
IL COLORE DELLA MEMORIA
visibile in home page sulla testata on line www.lasestina.unimi.it




Il 14 marzo 2007 si conclude il processo Esma. Per la prima volta vengono giudicati colpevoli i responsabili della tragedia dei Desaparecidos, che ha insanguinato l'Argentina dal 1976 al 1983. In soli sette anni vengono rapite, torturate e uccise 30mila persone. Mille di loro sono italiane, la metà ha passaporto italiano.

Il procedimento si celebra in Italia perché si basa sugli omicidi di tre cittadini italiani. Una di loro è Angela Maria Aieta, emigrata prima della Seconda Guerra Mondiale da Fuscaldo, paesino in provincia di Cosenza.


Quello dei Desaparecidos è una tragedia in cui gli italiani sono vittime e carnefici. Una vicenda che ha la dignità dei fazzoletti delle madri di Plaza de Mayo, come Angela, rapita e uccisa perchè cercava il figlio scomparso.

mercoledì 27 giugno 2007

Gigi

Stamattina ho strabuzzato gli occhi su un pezzetto di corriere.it, chiaro copia e incolla di un'agenzia asettica, nascosto in coda al sito tra le news minori. Dice che Luigi Meneghello non c'è più. Così improvvisamente mi sento triste. Qualche anno fa volevo portare "Libera nos a malo" all'esame di letteratura italiana. Ma mi ero arenata nella lettura, poco dopo l'inizio. Saltata l'intenzione, l'ho letto tutto d'un fiato un paio d'inverni dopo, mentre ero in Erasmus. Forse perchè quando si è lontani da casa le radici si fanno sentire di più. Per me è stato un salto nel tempo, un'aggiunta corposa ai racconti dei miei nonni, un ricostruire quello che il Veneto era stato un tempo. Come se in quello che siamo, nella nostra identità di cittadini del terzo millennio, ci fosse anche un pezzettino, piccolo ma importante, di quel mondo contadino. Fatto di dialetto, di parole che adersicono alle cose, che sono le cose. Di parrocchie e scontri tra la Dc e il Pci. Di filastrocche e sberleffi. Di tradizioni che sembravano immutabili. Di un mondo ormai perduto, cristallizzato in memoria nelle sue pagine.
E qundi sono un po' triste, sì.
Però mi viene da dire solo "grazie". Una cosa piccola per un grande prestigiatore della parola.

ps: meglio di me si è sicuramente espresso Marco Paolini. Lo attacco qui, per chi ha la voglia e la pazienza di leggere...
26 giugno 2007
Si comincia con un gran vento stamattina che spazza la pianura e mitiga il caldo. Poi una telefonata. Luigi Meneghello è stato.
Ci ha regalato la nostra lingua, sembra un gioco di parole, ma per me è stato così. Senza i suoi libri non avrei mai immaginato di poter parlare come oggi faccio a teatro, sarei rimasto un attore, avrei recitato delle parti senza mai provare a inventare. E’ la musica del dialetto che mi ha dato lo spunto, sono le parole-cose che mi hanno guidato.
Oggi vorrei tenere per me la commozione per un amico che muore, ma sarei egoista.

Morendo una lingua non muore solo un modo di chiamare le cose, muoiono le cose. Così scriveva nel suo libro più famoso, ma senza persone che raccolgono con pazienza e divertimento povere parole e raccontano (bene) piccole cose, la lingua, il dialetto da solo non basta e non salva.
Serve cultura, passione, coscienza del valore delle parole e delle cose; serve accorgersi del momento in cui finiscono, in cui si perdono. Per questo sono preziosi “Libera nos a Malo”, “Piccoli maestri” e il resto, perché uno ci trova qualcosa di suo anche se è cresciuto a Terni, a Barletta.

Il valore di Luigi Meneghello è sicuramente meno chiaro oggi nel Veneto che altrove; la sua storia è un’esperienza che attraversa l’Europa raccontando di un’Italia preziosa non solo per chi vuole ricordare ma anche per chi oggi vuole ricostruire legami, identità, cittadinanza prima dell’appartenenza a una parte.
Luigi Meneghello è stato un uomo del Nord Italia che ha usato la sua lingua per farsi capire, mai per escludere. E’ stato sempre un vicentino di paese, ma anche un partigiano d’Altipiano, un italiano all’estero stimato nella sua università e non solo. E’ stato negli ultimi (duri) anni il vedovo della Kate, donna eccezionale non solo perché sopravvissuta ai lager nazisti, ma per la sua discreta e autorevole condivisione del lavoro dello scrittore.
Abbiamo tutti, dalla scomparsa di lei, provato ad alleviare la sua solitudine, lui compreso, mantenendo fino all’ultimo una vita intensa ed aperta.
In questo momento sento che a loro, a tutti e due, dobbiamo dire grazie e addio, con la stessa leggerezza, senza retorica.
Prendete la vostra copia di un libro di Meneghello e poi firmate voi una dedica (A Gigi e a Kate) sulla pagina con il titolo.
Se invece non lo avete mai letto prima, fatevi scuotere dall’inevitabile clamore dei giornali in questi giorni, dai coccodrilli dei ricordi di quanti, più autorevoli di me o più vicini a lui, o semplici lettori, vorranno testimoniare. Fatevi scuotere e cominciate un suo libro, il più famoso, così arriverete all’irresistibile pagina di “Libera nos a Malo” in cui un brombòlo (insetto mitologico dell’alto vicentino) scala un monumento usando i nomi dei caduti incisi nel marmo non come citazioni ma come appigli alle sue zampette.
Questo credo di aver imparato da Luigi Meneghello : la memoria è un muscolo da allenare con pazienza; richiede esercizio e pratica come la cura del corpo, ma non ci sono palestre a pagamento per questo, non si può affidarsi a qualcuno, tocca farlo da soli, giorno per giorno, serve tempo, non si paga niente, è gratis e forse per questo oggi vale poco. Fatelo, è un giorno buono per cominciare l’allenamento, approfittate della promozione, dell’offerta speciale di questo funerale, per lui che è stato, per esser noi più viventi ancora di quel che finora eravamo.

Lo scirocco scuote i balconi, s’infila dentro casa e fa sbattere le porte, è raro un vento così da noi, è cosa da mare.
Il sole splende, è un bel giorno per salutarsi.
Caro Gigi, domani sera andrò in un posto sotto l’Altipiano a tirar con la fionda a una vecchia lampadina Edison sopravvissuta al post moderno. Spero di avere ancora una buona mira.

Marco Paolini

martedì 26 giugno 2007

La rosa e il post-it

Sarò banale. Sarà un fatto insignificante, forse retorico. Però sono quei dettagli che ti rimangono impressi nel flusso continuo delle cose che ti passano davanti.

Domenica pomeriggio. Stazione di Bologna. Devo aspettare mezz'ora prima che arrivi l'Eurostar per Milano. Non ci sono panchine sul binario, allora vado in sala d'attesa. Piena. Fortuna che c'è l'aria condizionata. Al muro una mostra fotografica temporanea: migliaia di volti, con sotto una didascalia sempre diversa. E poi c'è sempre quella lapide, fissa. Quella con i nomi di tutte le vittime dell'attentato. Per terra, sopra il metro quadro di vecchio pavimento a mosaico che porta ancora i segni dell'esplosione, un mazzo di due-tre rose ormai sgualcite. E un post-it. Mi colpisce perchè la grafia morbida e rotonda rivela una mano giovane, femminile. Magari una parente di una qualche vittima. O forse no...

"Per chi sarebbe dovuto diventare adulto ... e non ha potuto farlo.

Per chi avrebbe dovuto scoprire l'amore. E non ha potuto farlo.

Per chi sarebbe potuto diventare mamma o papà ... e non ha potuto vedere il suo bambino.

Per chi sarebbe dovuto diventare nonnno o nonna ... e non ha mai visto il suo nipotino.

Per voi".

giovedì 7 giugno 2007

Itaca

questa l'ho sentita recitare, anzi, "raccontare" da Moni Ovadia ... è meravigliosa, a mio modestissimo parere ...

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Constantinos Kavafis

lunedì 30 aprile 2007

L'anima migrante

Ci abbiamo provato. In sette abbiamo partecipato al concorso video sull'emigrazione italiana, promosso dal museo dell'emigrazione di Gualdo Tadino (Pg). Sezione scuole di giornalismo. Ci abbiamo provato praticamente senza sapere come si fa, trovando un regista (sant'uomo), un attore, dei musici, la voce straniera di Ninfa, la mia coinquilina. Abbiamo fatto tutto di corsa. E siamo arrivati terzi. Su venti. Da tutta Italia :-@


Beh sì, siamo soddisfatti.

ps: il titolo del video è quello del post

venerdì 27 aprile 2007

il senso del limite e "l'horror vacui"

"L'idea di riuscire a diradare il tempo, allungandolo come una sfoglia o strizzandolo in pseudo-pillole di tempo più dense del tempo reale, è l'ultimo espediente per evitare di fare i conti con il vero e proprio tabù della nostra società: il concetto di limite. Pur di non affrontarlo, pur di non essere costretti a scegliere quel numero ahimè limitato di oggetti, attività, esperienze che la vita umana consente, fingiamo che sia possibile miniaturizzare tutto per poi stiparlo a dismisura in quella stiva di relativa capienza che è l'uomo-consumatore. (...)
Piuttosto che miniaturizzare gli impegni (...), è ovvio che, oltre un certo limite, è necessario diradarli.
Ma diradarli vorrebbe dire scegliere,e scegliere vuol dire rinunciare, vuol dire sottrarre. Quest'ultimo pezzo fa letteralmente orrore al PND (pensiero nevrotico dominante), al quale la sottrazione di qualcosa non riesce mai ad apparire un arricchimento salutare.
La sottrazione è vista come una sconfitta e quasi un'onta, la rinuncia di qualcosa in favore di qualcos'altro appare un'amputazione di quella presunzione di onnipotenza individuale che è il motore segreto della società dei consumi. (...)
Lo spazio indeformabile di una casa assomiglia molto allo spazio indeformabile del tempo. Non possiamo gravarlo di troppe occasioni e appuntamenti senza farlo collassare, collassando noi stessi. (...)
...il solo rimedio possibile è anche, purtroppo, il meno praticato e forse il meno praticabile, perchè abbiamo introiettato il tabù sociale di cui sopra: levare, snellire, sottrarre, diminuire, sono operazioni che ci fanno sentire diverrssi e colpevoli, in un mondo che venera il segno "più" come un totem, che è costretto ogni anno a fare il conto con incrementi, aumenti, accelerazioni, e si fa prendere dal panico se si accorge di non essere "cresciuto" abbastanza.
Accade così che il vuoto (lo spazio vuoto, il tempo vuoto) diventi il bene più raro, e insieme l'oggetto più misterioso. Un vero e proprio horror vacui attanaglia il nostro mondo, il barocchismo dei consumi ci abitua a considerare malamente ogni ora non dedicata, ogni luogo non segnato dal mercato. (...)
La sola maniera di fare meglio le cose è farne di meno, e farle dilatando il tempo e lo spazio mentale messi a disposizione per ciascuno di queste cose. Il resto è illusionismo, e peggio è ricatto morale per farci sentire all'altezza della sfida già perduta, quella contro il senso del limite."


Michele Serra
(foto)
copiato dalla Domenica di Repubblica del 22 aprile. Pagina 49.

martedì 10 aprile 2007

vecchio scarpone

Forse scomodo un concetto troppo alto per l'occasione, ma a me tutta questa cosa fa venire in mente il mio prof di storia dell'uni, che parlava di "luoghi della memoria". Luoghi fisici, oppure astratti, miti che influenzano il corso della storia, il modo di pensare e di percepirsi di una nazione...

...ecco, il calzolaio Gigio, per me, solo per me, è un luogo della memoria.Sta sotto al cavalcavia della stazione, in un vano concesso dal Comune. I suoi vicini: un elettrauto, un meccanico. Dall'altra parte della ferrovia un incisore e un falegname. Da bambina lo vedevo armeggiare con tutti quegli attrezzi strani. Far rinascere scarpe distrutte. Sistemare l'impossibile. Mi sembrava una specie di grande Prometeo.

Tutti lo conoscono in zona:"I sta cussì ben la soto..i pol far tuto el casin che i vol, a do passi dal centro"

E Gigio si era pure ampliato. E tre anni fa aveva messo tutto a norma. Pitturato i muri, insonorizzato gli ambienti.

"E poi, tutt'a un tratto, i quadri appesi lì da anni cadono. FRAN. Senza un motivo. E si sfracassano al suolo. FRAN." Diceva, più o meno, Baricco.

Un effetto simile lo ha fatto l'ordinanza di sgombro mandata dal Comune, dice Gigio, senza un motivo. FRAN. "Dovete andarvene" (tipo esproprio della Sade ai contadini del Vajont). FRAN. "Perchè?"

"Terreno demaniale. E la legge vieta attività di qualsiasi genere sotto le sedi stradali", si ipotizza. Ah sì? Quale legge? (bisogna che la cerchi...)

Era il novembre del 2005. E' stato uno dei primi pezzi che ho scritto. Poi rinvii, avvocati, consulenze, verifica delle condizioni statiche. E il ricorso al Tar di Venezia. FRAN. La sentenza è di febbraio: dovete andarvene.

E adesso? Boh. Gigio si è guardato intorno. Dice che non trova spazi adatti, nelle vicinanze, per un mestiere così rumoroso. Andar lontano vuol dire perdere il giro, la clientela. "Ogni giorno è buono per lo sgombero" dice il figlio che lavora con lui. Dall'altra parte della ferrovia, l'incisore e il falegname hanno già chiuso. Il meccanico, probabilmente, chiuderà bottega e andrà in pensione. L'elettrauto: mistero.
A Gigio non resta che andare avanti. Tenace, vecchio scarpone.