Domanda: quanto ci si mette ad andare in treno da Milano a Treviso? Risposta (unica e inconfutabile): dipende. Da che? Dagli spiriti maligni. Sì, avete capito bene. È tutta colpa loro. E venerdì scorso l’unica cosa che mi ha salvato, ma solo in parte, è stata aver comprato un’indulgenza (il biglietto), e neanche plenaria – mi mancava il ticket per il regionale Mestre-Tv – qualche giorno prima di partire.
In effetti, a ripensarci, è stata proprio colpa degli spiriti maligni se:
- le prime cinque obliteratrici in cui ho cercato di annullare il biglietto, attraversando la pomposa, magnifica ed estesa Stazione Centrale ambrosiana, in una corsa affannosa per non saltare sul magico convoglio, erano guaste. (Amen. Non facciamoci prendere dal panico)
- il prodigioso treno, tariffa Intercity, è partito con 40 minuti di ritardo per guasto al locomotore. (Ri-Amen. Manteniamo i nervi saldi. Rilassiamoci. In fondo è venerdì)
- L’amico treno – che produce il 90% in meno di CO2 rispetto ad auto e aerei, secondo la pubblicità - ha subito rallentamenti durante tutto il viaggio. (Insh’allah)
- è arrivato a Mestre alle 20,25 con 70 minuti di ritardo. (Ma figurarsi se è un problema: mica ci scomponiamo per così poco noi, fruitori habitués dei chemins de fer. Oh mon Dieu!)
- Risultato: ho perso una casuale coincidenza per Tv alle 20,30 perché mi mancava il biglietto regionale. E ho aspettato 40 minuti quella successiva. Tempo totale di viaggio previsto: 3,30 h. Tempo effettivo: Cinque ore
- Oltre il danno, la beffa: non mi hanno dato nessun rimborso. In fondo avevo viaggiato con un Cisalpino. E cioè con una compagnia svizzera: Trenitalia non c’entra niente.(Caspita! Fanno pure la spia e lo scaricabarile, come Pilato)
Intanto a me, più che un normale viaggio da pendolare, sembra di aver fatto un pellegrinaggio a Santiago. Dalla prossima volta se mi propongono un treno Cisalpino gli rispondo come la pubblicità: “Sfizero? – No, Novi! Grazie!”. Il che è tutto dire, viste le condizioni di Trenitalia e delle Rfi…
sabato 24 novembre 2007
A volte ritorno
Sdeng! Si informano i gentili passeggeri-lettori-ascoltatori che questo blog ha ripreso a dialogare con il cervello della sua autrice e sarà lieto di illuminarne i meandri contorti nella vana speranza di offrire qualche spunto di riflessione o semplicemente di strappare un sorriso, una lacrima, un’incazzatura a chi deciderà di spendere qualche secondo nel leggerne le righe.
… l’autrice promette inoltre, solennemente, che non scriverà più frasi lunghe come quella che ha concluso poc’anzi.
Buon soggiorno.
La direzione.
… l’autrice promette inoltre, solennemente, che non scriverà più frasi lunghe come quella che ha concluso poc’anzi.
Buon soggiorno.
La direzione.
venerdì 26 ottobre 2007
w le pantegane! e la Ratatouille!
martedì 9 ottobre 2007
Caro ministro ti scrivo, così mi distraggo un po'
Riporto senza modificare alcunchè, dal Giorno di lunedì 8 ottobre 2007 :
L'APPELLO
Caro signor ministro no prediche, sì sostegni
— MILANO —SIGNOR MINISTRO, il programma da lei illustrato in Parlamento giovedì scorso, «bamboccioni fuori di casa», è meritorio e persino nobile. Stimolare con la provocazione i giovani perditempo, spiaggiati sul sofà del salotto tra mamma e papà fin oltre i trent'anni, a uscire dal bozzolo dei conforti casalinghi è una causa condivisibile. Studi a rilento, lavoretti, relazioni "liquide". E zero responsabilità. Basta con queste vite parcheggiate, è il suo invito. Questi giovani non producono, non si sposano. Un danno per tutti. Ma le cose stanno veramente così? In una lettera pubblicata dal Sole-24 Ore di ieri un 70enne con una pensione di 50 mila euro l'anno dice di averne messi da parte 100 mila per la previdenza del figlio, che ha 40 anni e uno stipendio netto di 20 mila. Un esempio paradossale, certo. E sintomatico. Perché per la prima volta dal dopoguerra i figli vivono peggio dei genitori e il trend non si rovescia. Quando si avvicina la vecchiaia, sono gli adulti a soccorrere i più giovani anziché il contrario. E non tutti hanno le risorse per farlo, come nel nostro esempio. Nella pancia del Paese, caro ministro, ce ne sono sette milioni e mezzo di «bamboccioni», il 61% dei giovani italiani. Hanno tra i 18 e i 34 anni e il loro indirizzo è lo stesso da quando sono nati. Un terzo studenti, quasi metà lavoratori, gli altri alla ricerca di un posto. Che non sarà fisso né garantito e quasi sempre malpagato. Almeno la metà vorrebbe spiccare il volo e chissà, metter su famiglia. Cambia città (a volte Paese), sceglie le università migliori o i lavori più promettenti. Ma viene rimbalzato da uno stage a un altro per anni, guadagna quattro soldi e non ce la fa con l'affitto. Mutui neanche a parlarne senza busta paga garantita. Le banche (poche) che li concedono hanno condizioni impossibili. Studiare poi è un lusso. In Italia abbiamo mezzo milione di fuorisede e solo 51 mila residenze universitarie. I cervelli in fuga vivono in appartamenti sovraffollati, fatiscenti, a volte sottotetti arrangiati. Una stanza costa fino a 700 euro, un posto letto 400. Senza contratti, tutto in nero. Più che vita parcheggiata, questa è una vita agra. Di giovani precari, atipici, ma non anormali. Niente prediche, dunque. Ma sostegni. Trecento euro l'anno di detrazione per gli affitti è ancora poco. E se guardiamo alla Spagna, signor Ministro, dove il bonus è di 200 euro ma al mese, vien voglia di partire. E non tornare più.
Caro signor ministro no prediche, sì sostegni
— MILANO —SIGNOR MINISTRO, il programma da lei illustrato in Parlamento giovedì scorso, «bamboccioni fuori di casa», è meritorio e persino nobile. Stimolare con la provocazione i giovani perditempo, spiaggiati sul sofà del salotto tra mamma e papà fin oltre i trent'anni, a uscire dal bozzolo dei conforti casalinghi è una causa condivisibile. Studi a rilento, lavoretti, relazioni "liquide". E zero responsabilità. Basta con queste vite parcheggiate, è il suo invito. Questi giovani non producono, non si sposano. Un danno per tutti. Ma le cose stanno veramente così? In una lettera pubblicata dal Sole-24 Ore di ieri un 70enne con una pensione di 50 mila euro l'anno dice di averne messi da parte 100 mila per la previdenza del figlio, che ha 40 anni e uno stipendio netto di 20 mila. Un esempio paradossale, certo. E sintomatico. Perché per la prima volta dal dopoguerra i figli vivono peggio dei genitori e il trend non si rovescia. Quando si avvicina la vecchiaia, sono gli adulti a soccorrere i più giovani anziché il contrario. E non tutti hanno le risorse per farlo, come nel nostro esempio. Nella pancia del Paese, caro ministro, ce ne sono sette milioni e mezzo di «bamboccioni», il 61% dei giovani italiani. Hanno tra i 18 e i 34 anni e il loro indirizzo è lo stesso da quando sono nati. Un terzo studenti, quasi metà lavoratori, gli altri alla ricerca di un posto. Che non sarà fisso né garantito e quasi sempre malpagato. Almeno la metà vorrebbe spiccare il volo e chissà, metter su famiglia. Cambia città (a volte Paese), sceglie le università migliori o i lavori più promettenti. Ma viene rimbalzato da uno stage a un altro per anni, guadagna quattro soldi e non ce la fa con l'affitto. Mutui neanche a parlarne senza busta paga garantita. Le banche (poche) che li concedono hanno condizioni impossibili. Studiare poi è un lusso. In Italia abbiamo mezzo milione di fuorisede e solo 51 mila residenze universitarie. I cervelli in fuga vivono in appartamenti sovraffollati, fatiscenti, a volte sottotetti arrangiati. Una stanza costa fino a 700 euro, un posto letto 400. Senza contratti, tutto in nero. Più che vita parcheggiata, questa è una vita agra. Di giovani precari, atipici, ma non anormali. Niente prediche, dunque. Ma sostegni. Trecento euro l'anno di detrazione per gli affitti è ancora poco. E se guardiamo alla Spagna, signor Ministro, dove il bonus è di 200 euro ma al mese, vien voglia di partire. E non tornare più.
Valentina Conte, Studentessa alla Statale di Milano
via lasestina.com
lunedì 1 ottobre 2007
Gianluigi Stella?
copio e incollo l'inizio del post Un, due, tre... Stella , datato 29 settembre:
Un due tre... Stella
Gianluigi Stella, noto giornalista del Corriere della Sera, fa lo spiritoso moralista su di me perchè sarei andato in aspettativa dalla Rai tanti anni fa facendomi pagare i contributi previdenziali per la pensione da giornalista pur essendo stato eletto in Parlamento. L'accusa si basa sull'ignoranza costituzionale e sulla non conoscenza dei fatti. Strano per un giornalista no? Le cose stanno così: non ho scelto io l'aspettativa pagata dallo Stato. Non si poteva fare diversamente. A quel tempo pagava la Rai. Il meccanismo valeva per tutti i dipendenti, giornalisti e non di un ente pubblico. Anche lui, se venisse eletto oggi, non ....
Oppure è un lapsus freudiano? Un errore veniale?
O suvvia, che ci sono cose ben più gravi che scivolare su questi fatti! Ma iniziare un post sbagliando il nome di uno dei fuoriclasse del giornalismo italiano, beh ... lascia pensare, ecco.
Tra l'altro, nessuno sembra essersi accorto della svista. Il post è in linea da sabato e l'errore è ancora là. Gaudeamus igitur.
foto da:
viskovitz.splinder.com/
festivaleconomia.it
martedì 25 settembre 2007
Vajont. Un nuovo paesaggio per fare memoria
Il tema è sempre attuale. E fare memoria fa sempre bene. A Treviso, a palazzo Bomben, (quartier generale della Fondazione Benetton), c'è una mostra (gratuita) sul Vajont, fino al 7 ottobre. No, non è una spataffiata su come e cosa è successo (il che, comunque, è sempre bene ricordarlo). E' l'esposizione dei progetti che hanno partecipato a una gara d'idee per sistemare l'area intorno alla diga e alla palestra di roccia lì vicino, data la mole sempre più consistente di visitatori. Bene così. Si riqualifica l'area, si favorisce l'armonia con il territorio e, non ultimo, il turismo, in zone in cui la bellezza sa ancora un po' di selvaggio.
L'altra chicca è un documentario di un quarto d'ora, ripescato nella cineteca di Bologna e visibile nelle sale della mostra. Si chiama "Uomini sul Vajont". Girato nel '59 da Luciano Ricci, mostra il lavoro quotidiano degli operai. A me ha fatto quasi sorridere nel suo stile trionfalistico, erede di quegli stilemi tipici della narrazione fascista. Gli operai sono descritti come eroi, anche se a volte paiono più che altro funamboli, alla faccia delle leggi odierne sulla sicurezza nei cantieri.
Il documentario è stato premiato alla mostra del cinema di Venezia, nel 1960. Non era spiegato perchè. Non so quali fossero i concorrenti. Però c'è anche da dire che quel conte Vittorio Cini che tanto ha fatto per la Serenissima e per il cinema in laguna, era pure uno dei maggiori azionisti della Sade, la società idroelettrica privata che ha voluto e fatto costruire la diga del Vajont, prima di (ri-)venderla alla neonata Enel ... una casualità?
foto da: erto.it
Il documentario è stato premiato alla mostra del cinema di Venezia, nel 1960. Non era spiegato perchè. Non so quali fossero i concorrenti. Però c'è anche da dire che quel conte Vittorio Cini che tanto ha fatto per la Serenissima e per il cinema in laguna, era pure uno dei maggiori azionisti della Sade, la società idroelettrica privata che ha voluto e fatto costruire la diga del Vajont, prima di (ri-)venderla alla neonata Enel ... una casualità?
foto da: erto.it
Cosa mi metto in saccoccia (/1 ?). Impressioni post-BarCamp
Primo (ma forse non ultimo) post sul non-ritrovo di non-conferenze di blogger in Ghirada …
Web “duepuntozero”. E poi social-network, blog cooperativi, aziendali, blog e marketing. Senza dimenticare Twitter e OpenId. E blog come testate di informazioni. Due giorni al Ghirada BarCamp e la mia mente si è riempita. Non solo di parole nuove, sarebbe riduttivo. Di volti, di spunti, soprattutto. Social network è stata la base, la cornice, il contenuto: ovvero l’arte di costruire relazioni, esperienze, conoscenze attraverso i nuovi strumenti partecipativi. Attraverso la rete, diventare la rete. Forse nessuno capisce bene ancora cosa sia questa nuova “bestia”, quali confini abbia, e se ce ne siano. Ci si interroga, lo si fa ai BarCamp, e si costruisce la realtà, reale e virtuale. Si mettono le mani in pasta.
Come il sito Alcamo.it, blog collettivo, ex-portale, ‘supervisionato’ da Vincenzo Caico. Trenta autori, ma quasi nessuno di loro è giornalista. Scrivono di questo piccolo centro poco distante da Palermo, dei suoi problemi, iniziative, tendenze. A volte pubblicano notizie prima dei media tradizionali. Qualcuno li ha definiti, nei commenti, “la parte più limpida della città”. Danno notizie, fanno notizia. Sono utili.
Non oso chiamarlo CitizenJournalism (qualcuno di mia conoscenza avrebbe da ridire, e sarei pure d'accordo). Però è una cosa piccola e allo stesso tempo grande, che fa pensare a come sta già evolvendo ed evolverà il modo di fare giornalismo.
A chi fosse interessato, consiglio di farsi un giro pure su Gorizia Oggi: una giornalista - Annalisa Turel - , un blog. Scrivere, editare, pubblicare. In modo semplice, ma soprattutto con notizie che arrivano prima dei media tradizionali, se non in tempo reale.
Ecco, mi piacerebbe capirne un po' di più. Capire se è uno dei futuri possibili, praticabili. A livello tecnico, i mezzi ci sono. Un giornalista capace, professionale, può sperare di esercitare così la professione? Si può “vivere di notizie” in questo modo?
Vincenzo Caico, che conosce Annalisa Turel, racconta che alcuni sponsor sostengono il sito. Può bastare?
Lascio aperte le domande. Ovviamente, non è finita qui :-P
Come il sito Alcamo.it, blog collettivo, ex-portale, ‘supervisionato’ da Vincenzo Caico. Trenta autori, ma quasi nessuno di loro è giornalista. Scrivono di questo piccolo centro poco distante da Palermo, dei suoi problemi, iniziative, tendenze. A volte pubblicano notizie prima dei media tradizionali. Qualcuno li ha definiti, nei commenti, “la parte più limpida della città”. Danno notizie, fanno notizia. Sono utili.
Non oso chiamarlo CitizenJournalism (qualcuno di mia conoscenza avrebbe da ridire, e sarei pure d'accordo). Però è una cosa piccola e allo stesso tempo grande, che fa pensare a come sta già evolvendo ed evolverà il modo di fare giornalismo.
A chi fosse interessato, consiglio di farsi un giro pure su Gorizia Oggi: una giornalista - Annalisa Turel - , un blog. Scrivere, editare, pubblicare. In modo semplice, ma soprattutto con notizie che arrivano prima dei media tradizionali, se non in tempo reale.
Ecco, mi piacerebbe capirne un po' di più. Capire se è uno dei futuri possibili, praticabili. A livello tecnico, i mezzi ci sono. Un giornalista capace, professionale, può sperare di esercitare così la professione? Si può “vivere di notizie” in questo modo?
Vincenzo Caico, che conosce Annalisa Turel, racconta che alcuni sponsor sostengono il sito. Può bastare?
Lascio aperte le domande. Ovviamente, non è finita qui :-P
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